Newsletter n.1 - marzo 2010 - La steatosi epatica
LA STEATOSI EPATICA
La
steatosi, detta “fegato grasso”, è una condizione molto diffusa e consiste
nell’accumulo in eccesso di grassi, e specie trigliceridi, nelle cellule
epatiche, in forma di vescicole. Solitamente è determinata dall’abuso di alcool
(steatosi alcolica) ma è molto diffusa anche tra le persone che non fanno uso
di alcool o che lo assumono in quantità molto modesta (steatosi non alcolica).
Le bevande alcoliche contengono percentuali variabili di alcool, che vengono
indicate sulle etichette: ad esempio, nel caso delle birre tale valore è
compreso tra il 4 e il 10%; nei vini, varia dal 10 al 18%; nei liquori il
valore si aggira tra il 35 e il 45%. Ciò significa che se un liquore riporta
sull’etichetta il valore 40%, in 100 ml di esso vi sono 40 grammi di etanolo.
Pertanto un’assunzione modesta, non dannosa, di alcool (meno di 20 g al giorno
per le donne e 30 g al giorno per gli uomini), corrisponde in media a 300-400
ml di birra, 200-300 ml. di vino, 40-60 ml di un superalcolico. La malattia
compare frequentemente dopo i 40 anni ma molti studi dimostrano che è possibile
rilevarla anche nell’infanzia ed è molto frequente nei bambini in eccesso
ponderale.
La diagnosi clinica è scarsamente predittiva del grado di steatosi, la quasi totalità dei pazienti è completamente asintomatica, occasionalmente è possibile osservare solo un lieve aumento d’alcuni enzimi epatici (le transaminasi, la fosfatasi alcalina) e del volume del fegato. L’esame ecografico mostra un fegato “chiaro”, definito brillante (“bright liver”), a un’indagine ecografica spesso effettuata per altri motivi. La malattia corrisponde a varie alterazioni strutturali del fegato che vanno dal semplice accumulo di grasso nelle cellule ad un processo infiammatorio definito “steatoepatite” nel quale l’accumulo di grasso si associa ad un’infiammazione che può determinare nel tempo lo sviluppo della cirrosi, anche se ciò succede raramente.
Gli acidi grassi liberi normalmente circolano tra il fegato ed
il tessuto adiposo periferico senza alcun apprezzabile accumulo di lipidi nelle
cellule del fegato. Il flusso d’acidi grassi liberi verso il fegato può venire da
tre fonti: 1) nel tessuto adiposo periferico i trigliceridi possono essere
enzimaticamente idrolizzati da un enzima (la lipasi ormone-sensibile) in
glicerolo-3-fosfato e acidi grassi liberi.
2) I trigliceridi della dieta sotto forma di chilomicroni, sono
idrolizzati dall’enzima lipoproteina lipasi e trasformati in acidi grassi
liberi 3) una terza fonte è rappresentata dalla sintesi endogena degli acidi
grassi e che normalmente ha un’importanza minima in condizioni di normale
alimentazione. All'interno di queste sequenze metaboliche vi sono numerosi
punti sotto il controllo ormonale. L’insulina, per esempio, esercita un effetto
anti-lipolitico inibendo la lipasi ormono-sensibile, riducendo così il flusso
d’acidi grassi liberi al fegato. Il fegato grasso si associa a una serie
d’alterazioni come l’accumulo di grasso sull’addome e nel distretto viscerale
profondo (obesità viscerale), un aumento delle LDL-col (la frazione cosiddetta
“cattiva” del colesterolo), l’ipertrigliceridemia, il diabete di tipo 2, l’ipertensione
arteriosa e la resistenza dei tessuti periferici all’insulina che determinano
un aumento della morbilità e della mortalità per malattie cardiovascolari come
l’infarto e l’ictus.
E’ importante, per evitare l’innescarsi di una serie di conseguenze che possono esser anche gravi, modificare immediatamente lo stile di vita (alimentazione, attività fisica) e curare le patologie associate.
Sono spesso associati alla steatosi epatica l’obesità, il sovrappeso ed il diabete, ma in particolare è la distribuzione del grasso che sembra provocare un aumento della morbilità e mortalità cardiovascolare (infarto, ictus). La resistenza all’insulina determina una serie di reazioni che portano alla comparsa di steatosi epatica, in particolare le cellule epatiche diventano incapaci di utilizzare correttamente il glucosio.
La diagnosi di steatosi epatica si fonda sul risultato
di un esame ecografico che, anche se è in grado di identificare il paziente
portatore dell’alterazione, non è in grado di valutare con accuratezza il grado
di steatosi, di quantificarla e di seguire nel tempo le sue modificazioni. Il dott.
Marcello Mancini, dell’Istituto di Biostrutture e Bioimmagini del
Consiglio Nazionale delle Ricerche di Napoli, ha messo a punto una tecnica
ecografica semplice e nello stesso tempo molto accurata di quantificazione
della steatosi che è stata recentemente pubblicata sulla rivista americana “Metabolism
Clinical and Experimental”. La metodica ecografica consente di quantificare
la steatosi con elevato grado di precisione e in particolare di predire la
quantità di grasso contenuta nel fegato espressa in mg di grassi per grammo di
tessuto epatico. Nello studio, cui hanno collaborato i ricercatori
dell’Istituto di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Napoli,
l’ecografia epatica quantitativa è tata confrontata con la Spettroscopia di
Risonanza, una metodica considerata “gold standard” per il suo alto grado di
precisione ed eseguita dalla dott.ssa Anna Prinster, ricercatrice
dell’Istituto di Biostrutture e Bioimmagini del Consiglio Nazionale delle
Ricerche di Napoli.
In ecografia il grado d’ecogenicità di un tessuto, e cioè l’intensità degli ultrasuoni che quel tessuto è in grado di riflettere, era già noto dipendere dal contenuto di grasso, ma la valutazione qualitativa era troppo soggettiva, variabile da operatore a operatore. Spesso sovrastimava il grado di steatosi dovendo l’operatore aumentare l’intensità del segnale ecografico per aumentare la penetrazione in profondità degli ultrasuoni e compensare l’attenuazione dovuta all’aumento di spessore del pannicolo adiposo ed alla maggiore profondità dell’organo da esaminare. Per tale motivo è utile utilizzare il rapporto dell’ecogenicità del tessuto epatico con quella di un parenchima di riferimento posto alla stessa profondità e, nello spesso paziente, rappresentato dal parenchima del rene destro. Tale rapporto d’ecogenicità tra i due parenchimi è già normalmente utilizzato nella pratica ecografica di routine per una valutazione soggettiva, “ad occhio”, della steatosi. Il rapporto tra l’intensità dell’ultrasuono riflesso dai due parenchimi (fegato/rene) si è dimostrato altamente correlato con la quantità di grasso presente nel fegato.In particolare, un rapporto fegato/rene superiore a 2,2 identifica i soggetti steatosici e ogni aumento di un’unità di tale rapporto corrisponde a un aumento del grasso epatico di
circa 30 mg/gr di tessuto.
Nella figura l’ecografia con quantificazione del grasso, e la Spettroscopia di Risonanza di un fegato normale (a sinistra) e di un fegato steatosico (a destra); in basso e a destra dell’immagine la spettroscopia RMN in cui il picco più grande rappresenta l’acqua contenuta nel tessuto ed il picco più piccolo rappresenta la quota di grasso.
Nella figura una rappresentazione grafica della forte correlazione esistente tra quantificazione del grasso epatico eseguita con la spettroscopia di Risonanza (1 H MRS %fat by wet weight) e quella che utilizza l’ecografia (US H/R Ratio).

